Non solo borsa

Approfondimenti di borsa, economia e finanza a cura delle maggiori testate giornalistiche

 

La più grande libreria

dedicata al Trading

  ACM

 

Debito: come stanno gli altri Paesi europei?

La BBC ha pubblicato due cartine in grado di illustrare con estrema chiarezza i problemi dell’Europa. Nella prima viene indicato il debito nazionale in percentuale sul PIL, nella seconda il rapporto deficit-Pil.L’obiettivo, evidentemente, è quello di mettere in evidenza quali stati continuano effettivamente a rispettare i criteri di convergenza stabiliti con il Trattato di Maastricht nel 1992 in occasione dell’istituzione dell’Unione Economica e monetaria.

I criteri di convergenza sono quattro, e nel 1997 il rispetto degli stessi è stata la condizione senza la quale non si poteva entrare a far parte di quel nucleo di Paesi che cinque anni dopo avrebbero adottato la moneta unica. Quelli cui fa riferimento la BBC riguardano il debito pubblico (che non deve superare il 60% del Pil) e il deficit pubblico (che non deve superare il 3% del Pil). Vediamo allora chi li rispetta in Europa oggi. Il primo valore si riferisce al rapporto debito-PIL, il secondo a quello deficit-PIL.

Finlandia: 44 ; 2,2

Irlanda: 64 ; 14,3

Olanda: 60,9 ; 5,3

Belgio: 96,7 ; 6

Francia: 77,6 ; 7,5

Portogallo: 76,8 ; 9,4

Spagna: 53,2 ; 11,2

Germania: 73,2 ; 3,3

Lussemburgo: 14,5 ; 0,7

Slovacchia: 35,7 ; 6,8

Austria: 66,5; 3,4

Slovenia: 35,9 ; 5,5

Italia: 115,8 ; 5,3

Malta: 69,1 ; 3,8

Grecia: 115,1 ; 13,6

Cipro: 56,2 ; 6,1

In una tabella di questo tipo sarebbe stato naturale mettere in evidenza le eccezioni. Ma alla luce dei dati riportati, è stato inevitabile sottolineare i (pochissimi) virtuosi d’Europa. E la Gran Bretagna come se la passa? Certo non meglio della maggior parte dei Paesi dell’Eurogruppo: il rapporto debito-PIL è fermo al 68,1% e quello deficit-PIL all’11,5%

claudia astarita

Venerdì 28 Maggio 2010

Perché l’Euro è in pericolo? A che serve il pacchetto da 750 miliardi?

I governi dei Paesi dell’Unione Europea hanno deciso: occorreranno 750 miliardi per impedire che la crisi che ha messo in ginocchio la Grecia possa contagiare altri Paesi dalle finanze meno ballerine, ma comunque presi di mira dagli speculatori internazionali. È una quantità enorme di denaro e l’intervento ha portata storica, anche perché dimostra una capacità e unarapidità decisionali cui non eravamo abituati. Il rischio, però, è che molti non capiscano perché debbano essere chiamati a sacrifici importanti (l’Italia, ad esempio, dovrà mettere a disposizione circa ottanta miliardi) quando i problemi sembrano appartenere al mondo virtuale dei mercati finanziari e non a quello dell’economia “reale”. Sembra insomma riproporsi in Europa quella contrapposizione tra Wall Street, sede della Borsa di New York, e Main Street, la strada della gente comune, che ha infiammato il dibattito politico americano quando Washington decise di iniettare massicci aiuti a favore delle banche e delle compagnie automobilistiche per frenare una crisi che poteva travolgere l’intero sistema economico.

In Grecia la crisi è soprattutto una crisi di fiducia. Il governo ha bisogno di soldi per intervenire nell’economia “reale” e per farlo li chiede in prestito attraverso titoli di debito pubblico. I compratori - non necessariamente oscuri speculatori, ma potenzialmente anche comuni cittadini greci o di altri Paesi che investono nell’equivalente dei nostri BOT in quel Paese – non si fidano della capacità greca di ripagare i titoli di Stato e per essere indotti all’acquisto dei titoli chiedono interessi sempre più alti. Tassi più alti significano anche più difficoltà di far fronte al pagamento e sempre maggior sfiducia degli investitori. Maggior sfiducia, di nuovo, da compensare con tassi ancora più alti, e così via in un circolo vizioso il cui esito potrebbe essere addirittura la bancarotta di un Paese. Un simile, terribile, scenario potrebbe indurre chi investe in titoli pubblici a credere che posano “fallire” anche altri Paesi, chiedere anche lì interessi sempre più alti e innescare anche lì il medesimo circolo vizioso. Se ciò accadesse, l’intero apparato di integrazione economica costruito attorno all’Euro potrebbe crollare. 

La montagna di denaro messa a disposizione dai governi europei (con la vistosa eccezione dei britannici) serve a impedire che questa crisi di fiducia abbia luogo. In parole povere, i governi affermano di essere pronti non solo ad assistere i Paesi in difficoltà ma  anche ad acquistarne i titoli pubblici in grande quantità e lo fanno giocando a carte scoperte, mostrando anche di avere in mano un portafoglio pieno e di non limitarsi solamente a proclami. Dall’andamento delle borse oggi, sembra proprio che la mossa sia stata efficace.

claudia astarita

Lunedì 10 Maggio 2010

Moody’s aggiusta il tiro: l’Italia non è a rischio

Moody’s corregge le previsioni di ieri sul futuro dell’economia nostrana e, nel rapporto “La sfida italiana: contenimento del debito con bassa crescita”, analizza la condizione degli Stati europei colpiti dalla crisi manon include il nostro Paese tra quelli a rischio di collasso. Indica, anzi, per il 2010 una prospettiva piuttosto stabile.

Le ragioni? In primo luogo, il sistema bancario italiano è stato travolto dalla crisi finanziaria globale molto meno di altri Paesi. Inoltre, le risorse destinate al sostegno del settore finanziario ed economico sono state, tutto sommato, contenute. Nell’elencare i fattori che sostengono l’economia italiana, Moody’s mette in primo piano il basso indebitamento privato, gli alti livelli di risparmio e una buona credibilità del nostro Paese sui mercati.

In buona sostanza, così come tutto sommato è stato toccato in maniera molto limitata dalla crisi finanziaria globale, l’Italia non dovrebbe subire particolari conseguenze anche adesso che la crisi in questione è soggetta a una mutazione che la sta trasformando in una crisi del debito pubblico.

luciano.lombardi

Venerdì 7 Maggio 2010

 

 

 

Articoli correlati

Comments

No Comments

Leave a reply

You must be logged in to post a comment.